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OTTOBRE 2019.editoriale ottobre 2019

Molte cose resteranno della nostra esperienza sportiva e dirigenziale.

Dieci anni che sono davvero volati fra incontri, discussioni, occasioni di conoscenza e partecipazione. In quest’anno del 75esimo poi, la storia del CSI, fra presente e futuro, continua a interrogarci e a dare nuovi obiettivi, a proporre nuove sfide. Fra queste, resterà sicuramente nella storia del nostro percorso sportivo, culturale e educativo, l’incontro con la vita e il sacrificio di Don Pino Puglisi, in occasione del Consiglio Nazionale del CSI riunito per l’occasione a Palermo, ospite del Comitato Regionale della Sicilia e di quello della splendida città adagiata all’ombra del Monte Pellegrino.

Don Giuseppe Puglisi, il prete ucciso nel 1993 da Cosa Nostra nel giorno del suo 56esimo compleanno, è una figura di cui tutti abbiamo sentito parlare mille volte, ma della quale in pochi hanno avuto occasione di approfondire davvero la conoscenza, scoprendone i legami profondi che ha avuto e ancora ha con la nostra vita. Sono stati quindi tre giorni intensi e di rivelazioni. Dapprima, all’interno della Chiesa di S. Salvatore, gioiello assoluto nel cuore di Palermo.

“Dalle regole alla giustizia sociale, l’esperienza di Don Puglisi e lo Sport” questo il titolo del Convegno, dalla viva voce dei compagni di viaggio dell’epoca e, soprattutto, di alcune ragazze che oggi, negli stessi luoghi, proseguono la sua opera di accoglienza e educazione di tanti ragazzi all’ombra della Parrocchia di San Gaetano, al quartiere Brancaccio.

Ma nulla può esprimere a parole l’esperienza e l’eredità di Don Puglisi come la giornata successiva, quando il Consiglio Nazionale è stato ospite di Don Maurizio, che ha raccolto a Brancaccio la sua eredità. Don Puglisi arrivò qua negli anni ’80, quando era in pieno svolgimento quella che sarebbe stata chiamata la Seconda Guerra di Mafia. Un dato è sufficiente a descrivere l’ambiente: in soli otto anni a Brancaccio si sono compiuti oltre 300 omicidi di mafia, fra appartenenti a fazioni rivali, forze dell’ordine, commercianti, parenti spesso ignari o passanti innocenti. Stiamo parlando di un quartiere che contava, all’epoca, poco più di 10.000 abitanti… Il terrore la faceva da padrone per le strade, dove tutto era controllato dalla mafia: dalle famiglie all’economia, dall’educazione all’ordine pubblico. Questo il racconto fatto da una ragazza di sedici anni, sulla soglia della sede di Padre Nostro, l’associazione fondata da Don Puglisi appena pochi mesi prima di essere ucciso. Qualcosa nel cuore di questi ragazzi è sbocciato in modo miracoloso… se così non fosse, la ragazza non esordirebbe chiedendo scusa (lei a noi!) per la montagna di spazzatura depositata a pochi metri dalla porta, quando saremmo noi a doverci scusare con loro, piuttosto. La visita alla casa di Don Puglisi è stata ancora più emozionante, la preghiera a pochi passi dal portone, nello stesso luogo dove ha pregato anche Papa Francesco, il punto esatto dove due sicari della mafia lo uccisero, nel 1993. Oggi Padre Puglisi è Beato, il suo esempio e il suo sacrificio hanno guidato almeno due generazioni di operatori e volontari che provano ancora oggi a opporsi al nulla che copre il quartiere come un sarcofago.

Brancaccio non fa paura, non è una banlieue parigina, non ci sono scontri né violenze, rivolte o cassonetti bruciati, pochi anche gli scippi e i furti. Regna un nulla ancora più spaventoso, in un luogo dove mancano luoghi d’incontro, presidi medici, servizi sociali, punti di aggregazione giovanile, scuole e, ovviamente, centri sportivi. Nel retro della parrocchia l’ultima sorpresa. La memoria di una piccola società sportiva, oggi scomparsa, rigorosamente targata CSI, che svolgeva attività all’epoca di Don Puglisi, unico avamposto di un deserto educativo. Oggi, l’obiettivo è quello di riaprirla per ridare una nuova speranza alle centinaia di giovani che ancora oggi vivono nel quartiere, in ricordo di un Martire della Fede e Martire della Giustizia.

 

Andrea De David

presidenza@csibologna.it

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L'editoriale

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