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APRILE 2020.

aprile 2020Roma, Città del Vaticano. Ma chi l’avrebbe riconosciuta, quella sera, la “nostra” Roma, il “nostro” Vaticano. Il buio, il cielo plumbeo, livido di pioggia. L’angoscia che trasmetteva quella piazza, dove siamo stati tante volte, ma mai avremmo immaginato di vederla così, irriconoscibile, come in una fiction del genere catastrofico, oppure distopico. Piazza San Pietro, completamente vuota, anzi no. Quella sera c’era una sola persona, il capo della Cristianità, eppure anche un uomo, un uomo solo e preoccupato per la sorte dell’umanità, come tutti, come noi. Impossibile non sentirlo vicino, quella sera, impossibile anche per i non credenti, i non cattolici. “La mia voce è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è rappresentato”. Questo disse l’11 ottobre del 1962 Papa Giovanni XXIII nel “Discorso della Luna”. Allora era la folla oceanica, radunata sotto la sua finestra, a suggerire questo senso di comunità. Questa volta, ad accomunarci, è stato paradossalmente il vuoto, lo stesso sentimento di dolore per le troppe vittime alle quali ci siamo dovuti abituare, in queste settimane. Lutti che, purtroppo, hanno colpito spesso le persone più deboli, i malati, gli anziani e le persone in difficoltà. Ma è un’emergenza che, come si è visto, non fa troppe distinzioni. Fra ricchi e poveri, fra famosi e meno famosi, garantiti e non garantiti. Anche questo ci deve far pensare. Ad unirci è stata anche la paura, le incognite che vediamo nel nostro futuro. La Tempesta. Quella che spaventa i discepoli, nel Vangelo di quel 27 del mese di marzo. E Gesù che li rassicura, dopo aver placato le acque, e chiede loro: “Parchè avete paura? Non avete ancora fede?”. Lo chiede anche a noi. Paura di non farcela, paura di scoprirci deboli, paura di ritrovarci soli. E di aiuto ne servirà tanto, e di fede, per ripartire. Anche Shakespeare, nella sua ultima opera e capolavoro, la Tempesta appunto, parte da questo, un avvenimento terribile e inaspettato, un naufragio, l’approdo ad un’isola misteriosa, una realtà sconosciuta e spaventosa, per tentare di generare un mondo e una coscienza nuova. Là dove si confondono mito e realtà, ricordi e immaginazione, magia e razionalità, passato e presente, mondo animale e mondo spirituale, vendetta e perdono. Su tutto, la consapevolezza che nulla sarà come prima, e che non lo sarà in modo gratuito… In queste settimane tutto il mondo si interroga sulla ripartenza, della vita, delle attività economiche, ma anche di quelle sociali, culturali ed educative, e naturalmente di quelle sportive. Il nostro mondo, quello dello sport, non è un mondo a parte. Non potrà fare a meno delle alleanze che, forse per troppo tempo, ha spesso evitato. Quella con le istituzioni, ma anche con il mondo economico, con la società civile, con le famiglie, e con tutto il resto del mondo associativo. Tutti soggetti ugualmente colpiti e che ugualmente dovranno essere responsabili, se vorranno garantire una vera ripartenza. Ne abbiamo già sentite tante… Società sportive che, dopo sole due settimane di chiusura, hanno dichiarato problemi di carenza di liquidità. Altre che, dopo appena un mese di stop, hanno rivendicato una “perdita” di oltre 500.000 euro, invocando aiuti di stato. C’è di che riflettere, approfittando anche di queste settimane, su un mondo che è vissuto troppo a lungo fra equivoci, sotterfugi e ipocrisie. Ce la faremo? Questo è sicuro. Non banalizziamo troppo, con il paragone fra l’emergenza coronavirus e la Seconda Guerra Mondiale. Qui, speriamo di attraversare un periodo ben più breve, di quei cinque anni di guerra spaventosa, preceduti oltretutto da altri lunghi anni di drammi e tragedie. Un periodo la cui fine, avvenuta nella nostra città e nel nostro paese settantacinque anni fa, stiamo celebrando proprio in questi giorni. Ma, come nel 1945 si pensò subito, pur in mezzo a mille emergenze, non solo a far ripartire lo sport ma a rigenerarlo, a reinventarlo secondo nuovi canoni per dare una mano alla ricostruzione del paese, così anche noi saremo chiamati a costruire un modello nuovo, più giusto, solidale, ma anche più moderno ed efficiente. Quasi nulla come l’attività sportiva (e ce ne accorgiamo soprattutto oggi che ne siamo stati privati) può costituire un legame e costruire un patto di fiducia fra le popolazioni e attraverso le generazioni. Noi lo sappiamo da sempre.

 

Andrea De David

presidenza@csibologna.it

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