Valore non valido
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GIUGNO 2020. editoriale giugno 2020

Un gruppo di architetti, nel periodo lunghissimo, oppure brevissimo, della pandemia si è riunito, ovviamente in modo virtuale, per ragionare insieme. Il momento sembrava quello ideale per riflettere, scambiarsi opinioni, elaborare soluzioni. In fondo lo stavano facendo un po’ tutti, psicologi e sociologi, politici e imprenditori, epidemiologi ed economisti, spesso divisi ma uniti dalla consapevolezza di dover trovare idee per un mondo che, chissà poi perché, sarebbe stato necessariamente diverso. Alla fine, fra mille elucubrazioni, si è pensato di scrivere solo quattro semplici proposte, da trasmettere alla politica, per provare a migliorare la qualità della vita delle persone. La prima delle quattro, è stata quella di vietare la costruzione di nuove case con metratura inferiore ai 60 metri quadrati, per facilitare la vivibilità in caso di epidemie, la gestione dello smart working e quella di nuovi tempi e ritmi di vita. Seppellita dalle pernacchie e dalle critiche la prima (come proposta populista, qualunquista, totalitaria, liberticida...), peraltro abbastanza ragionevole, non sappiamo che fine abbiano fatto le altre tre. Temiamo che siano state travolte dal diluvio di post tutti uguali e ugualmente banali su facebook, chat inutili e compulsive su whatsapp, milioni di conversazioni che hanno finito per seppellire tutto, in questi mesi, con un solo merito. Aver rimarcato ancora di più la differenza fra informare e formare. Anzi, per meglio dire, fra comunicare, cosa ormai alla portata di tutti (farlo bene, ovviamente, è ben altra cosa) e trasmettere invece qualcosa di utile (patrimonio di pochi). Per il mondo dello sport, si apre una stagione che ha visto due costanti. L'aver visto messe in discussione tutte le proprie certezze, svelato le fragilità. E, al tempo stesso, il consueto arroccarsi nelle proprie abitudini, nella difesa dei propri interessi. Basterebbe, chissà se sarà possibile, formulare oggi qualche proposta per un mondo che, dopo aver dimostrato di sostenere tanti doveri (verso gli atleti, le famiglie, l'educazione, la salute, anche verso l'economia, perché no?) ha scoperto di non avere diritti, o quasi. Proviamo allora a farne quattro. Primo, una legge dello sport che parta da questo: dividere i soggetti sportivi, per la prima volta, fra associazioni vere e organizzazioni imprenditoriali. Non è difficile, basta applicare pochi parametri oggettivi. Circoli privati, palestre, centri sportivi non devono essere esclusi, per esempio, da una tassazione di favore, magari riveduta e corretta. Non possono però continuare a essere integralmente de-fiscalizzati, creando così una concorrenza sleale sia verso le associazioni (che sostengono anche un alto costo “sociale”, che richiede risorse specifiche) sia verso le altre imprese che, ovviamente, non godono di tale vantaggio. Secondo, classificare e normare, finalmente, il lavoro sportivo. Dando dignità al volontariato e distinguendolo nettamente dall’attività professionale. Che richiede titoli di studio, qualifiche, un percorso valutativo e tutte le forme di garanzie e tutele che, per la prima volta, si sono affacciate in questo momento di emergenza. Terzo, una riforma completa del mondo dello sport che possa distinguere molto bene e valorizzare le diverse attitudini di Enti di Promozione, Federazioni, Coni, Cip, Sport e Salute, Scuole e tutti gli altri soggetti coinvolti, evitando in partenza sovrapposizioni inutili e invasioni di campo. Quarta e ultima, un piano decennale per la ristrutturazione e l’adeguamento e nuovi investimenti nell’impiantistica sportiva, secondo criteri moderni, sostenibili e adeguati alle nuove esigenze del mondo dello sport. E ci fermiamo qui… Ah! Qualcosa è finalmente ripartito, ed è solamente il calcio della serie A. Già abbastanza scontato e deprimente anche prima della sosta forzata, la visione in piena estate di gare per la maggior parte inutili, con cadenza quotidiana, per di più in orari improponibili e in stadi spettrali con le tribune deserte, metterà alla prova anche i tifosi più incalliti e abitudinari, obbligati a tutto questo solo dal potere dei contratti televisivi. A ricordarci che nulla è cambiato, le prime gare hanno visto incertezze arbitrali e rigori molto discutibili concessi, come sempre, alle squadre più ricche e potenti… “Bisogna rifiutare lo sviluppo… Non è detto - e ci sono ormai le prove - che tale sviluppo debba continuare com'è cominciato. C'è anzi la possibilità di una recessione. Cinque anni di sviluppo hanno reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti, cinque anni di miseria possono ricondurli alla loro sia pur misera umanità.” Così scriveva, come sempre provocatorio e profetico, Pier Paolo Pasolini ormai quarantacinque anni fa. Alcune settimane di quarantena potranno forse renderci un po’ meno cretini, magari un po’ meno ricchi, speriamo più giusti o, almeno, ragionevoli.

Andrea De David

presidenza@csibologna.it

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L'editoriale

Un cantiere per lo sport di domani.

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