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editoriale marzo 26

MARZO 2026.

Scrittore non molto noto ai più, soprattutto nel mondo occidentale, il nome di Juan Rulfo forse non dirà più di tanto alla maggioranza dei lettori, anche quelli abbastanza attenti.

È invece scrittore acclamato e venerato, soprattutto nel Centro e Sud America dove, in passato, risultò essere il più importante autore in lingua spagnola del ‘900, insieme al grande Jorge Luis Borges, nel sondaggio di un’importante casa editrice.

Cresciuto a Guadalajara, in Messico, nato da famiglia povera, orfano di padre e di madre, nonostante una vita molto riservata e piena di difficoltà, Juan Rulfo assunse nel tempo incarichi di prestigio, affiancati da una significativa, anche se limitata, attività di scrittore. Fu autore in vita solamente di alcuni racconti e di un unico romanzo, oltre a diversi altri scritti, articoli e sceneggiature, pubblicate in seguito, solamente dopo la sua morte. Ma il suo unico libro vero e proprio, Pedro Pàramo, è considerato oggi un testo fondamentale, iniziatore della corrente letteraria del realismo magico, letto e ammirato da generazioni di scrittori, da Alvaro Mutis a Susan Sontag, e addirittura venerato da due giganti della letteratura mondiale, come Gabriel Garcia Màrquez e Italo Calvino. Entrambi, infatti, gli rendono omaggio e, allo stesso tempo, ne traggono ispirazione, rispettivamente, per due fra i capolavori del XX Secolo, e forse di ogni epoca: “Cent’anni di solitudine” e “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Il romanzo Pedro Pàramo narra della scoperta delle proprie origini del protagonista, Juan Preciado, in viaggio verso il villaggio, ormai quasi abbandonato, di Comala, alla ricerca del padre. Scopre qui un passato di violenze, dominio e oppressione, basato sul potere politico, militare ed economico, che ha reso schiave le popolazioni del luogo, e portato infine alla rovina di entrambi, oppressi e oppressori. Un’allegoria dell’epoca e dell’intera storia del Messico, fra ‘800 e ‘900.

Comala, non a caso, è anche il nome scelto, ormai quindici anni fa, da un gruppo di ragazzi di Torino, insieme a un nutrito numero di studenti universitari fuori sede, per il loro progetto. La gestione di uno spazio polifunzionale in Corso Francesco Ferrucci, una delle zone soggette, a partire dagli anni ’90, a un veloce processo di de-industrializzazione, complice il declino del settore dell’automobile, intercettando cambiamenti sociali e demografici. Una sala studio, cuore del progetto, cui si sono poi affiancati laboratori culturali, sale prove, spazi per attività educative, sociali e di solidarietà. Oltre a queste, si sono poi sviluppati eventi culturali, rassegne cinematografiche, presentazioni di libri e una serie di concerti ed eventi musicali. Non poteva mancare la parte sportiva, grazie alla collaborazione con il CSI di Torino, oggi Subalpino. Comala Football and Cricket Club, questo il nome completo della sezione sportiva, che ha sviluppato anche i settori basket e pallavolo, con diversi successi agonistici e sempre un grande seguito di pubblico.

Abbiamo conosciuto l’estate scorsa i ragazzi di Comala, per uno degli incroci che solo lo sport riesce a realizzare, alle Finali Nazionali di Basket del CSI, da noi organizzate a Porretta Terme e Lizzano in Belvedere. Oltre a uno splendido terzo posto, con la squadra di gran lunga più giovane del torneo, e una rappresentanza di ragazzi provenienti da ogni angolo d’Italia e che a Torino hanno trovato un ambiente stimolante, accogliente e inclusivo, ne abbiamo apprezzato la serietà, la correttezza dentro e fuori dal campo, la curiosità e il grande spirito associativo. Davvero, un esempio per tutti.

Ci è giunta, quindi, inaspettata in questi giorni, la notizia della possibile chiusura, dopo quindici anni, del Circolo Comala.

Il Comune di Torino, con un nuovo bando, avrebbe assegnato la struttura a una realtà totalmente diversa, un incubatore di start up, attraverso una cordata di associazioni milanesi, con un progetto non molto chiaro, appoggiato dall’amministrazione cittadina. Un format che, purtroppo, non ci giunge nuovo e che ricalca esperienze analoghe anche nel nostro territorio. Il provvedimento ha suscitato grandi reazioni, una petizione che ha raggiunto in un paio di giorni le trentamila firme e la richiesta di trovare, almeno, una soluzione alternativa per questa esperienza che, dai bambini ai pensionati, ha coinvolto negli anni migliaia di persone e che mette a repentaglio anche un buon numero di posti di lavoro.

Sosteniamo i ragazzi di Comala, in ogni maniera possibile, perché c’era una volta, ma ci auguriamo che continui ad esserci ancora a lungo!         

Andrea De David

presidenza@csibologna.it

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L'editoriale

C’era una volta a Comala

MARZO 2026. Scrittore non molto noto ai più, soprattutto nel mondo occidentale, il nome di Juan Rulfo forse non dirà più di tanto alla maggioranza dei...

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