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editoriale marzo stefaniniMARZO 2018

Per gli europei è un mondo diverso e molto difficile da comprendere, quello dello sport universitario americano, così lontano dai nostri parametri e dalle nostre abitudini. Un mondo, che potremmo definire “quello della scuola”, e che in America, non solo non chiede, come in Italia, di scegliere (quando va bene) fra la carriera e l’attività sportiva oppure, quando va male, rappresenta un limite o un ostacolo, ma è da sempre il punto di forza, il perno attorno al quale ruota l’intero sistema sportivo, partendo dalla formazione, per passare poi allo sviluppo e all’eventuale approdo al mondo del professionismo. Un sistema che ha fatto degli Stati Uniti il faro dello sport mondiale, almeno a livello agonistico, e anche una superpotenza del medagliere olimpico… Sono stati infatti finora ben 1023 gli ori a stelle e strisce, con la seconda nazione classificata (l’ex Unione Sovietica) ferma a 395 e con l’Italia arrivata a una pur ottima quota 207. Tutto questo, nonostante i grandi sport americani (il basket professionistico, il football americano, il baseball, l’hockey ecc…) non abbiano storicamente mai avuto molto spazio nell’ambito delle Olimpiadi estive. La parola magica, per lo sport americano, si chiama però NCAA. L’associazione sportiva che raduna 1200 istituti universitari americani e organizza, da sempre, i tornei più prestigiosi. Fra questi, quello di basket rappresenta l’apice e coinvolge gli sportivi americani, se possibile, ancora più della NBA. Là si tratta infatti di una Lega privata, molto spettacolare, ma che coinvolge appena 30 squadre (spesso dall’identità geografica mutevole), qui sono addirittura coinvolte 32 intere leghe, che rappresentano non solo un’appartenenza sportiva, ma storica, sociale e culturale, essendo l’espressione di un’Università, cioè di una città, dei giovani, delle famiglie e della comunità insegnante… Un’identità rafforzata da caratteristiche peculiari, come il disputarsi ogni anno i migliori studenti (e sportivi) della nazione e l’avere gli allenatori inseriti come componenti del corpo insegnante, seduti quindi sulle panchine, a volte anche per interi decenni. March madness, la follia di marzo, sono chiamate così le settimane che vedono la disputa delle Fasi Finali della NCAA, seguite da migliaia di tifosi all’interno di splendide strutture sportive universitarie e da milioni di spettatori alla televisione, che provano a intravvedere le potenzialità dei campioni di domani. Grande sorpresa abbiamo provato, perciò, nel ricevere la richiesta, intestata Columbia University, con la quale il giovane Gabriele Stefanini chiedeva di poter partecipare ai nostri playoff, una volta terminati quelli NCAA, dopo aver ottenuto il loro nulla osta… Il ragazzo frequenta infatti il famoso istituto, dove si sta facendo valere, sia sui banchi di scuola che sul parquet. La Columbia University, prestigiosissimo ateneo newyorkese con sede a Manhattan, fa parte della Ivy League, che raduna le Università più antiche degli Stati Uniti, le più ambite anche dai giovani studenti. Non è mai stato fra i più vincenti in campo sportivo (nessun titolo NCAA conquistato finora) ma può vantare un livello culturale e formativo altissimo. E’ la seconda università americana (dopo Harvard) ad aver visto transitare nelle proprie aule il maggior numero di futuri Premi Nobel, frequentata da personaggi del calibro dei presidenti Theodore Roosevelt e Barack Obama. Gabriele Stefanini, guardia di 1.93 di altezza, formatosi da bambino nel BSL San Lazzaro e che spera un giorno di seguire le orme di Marco Belinelli (nato nel Vis Basket Persiceto), si era già messo in luce quando frequentava il liceo (alla Bergen Catholic High School) dove viaggiava a 17 punti di media, con 56% al tiro da due e 46% al tiro da tre. Purtroppo, ma molto comprensibilmente, l’Università non concede ancora il nulla osta a scendere in campo… dovremo per adesso accontentarci di vederlo seduto in panchina come vice-allenatore dell’Energym Basket, a fianco del papà capo-allenatore. Porterà, speriamo, un po’ di sana “follia di marzo” anche alle nostre latitudini, con la speranza di potersi poi giocare al meglio le proprie carte, sia nello sport come nella vita. Un esempio per tutti i nostri ragazzi.

Andrea De David

presidenza@csibologna.it

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